Costo della vita, fisco e sanità: tutte le ragioni dello sciopero generale
in Intervista, News, UFFICIO STAMPA
Intervista a Valentina Cappelletti, Segretaria Generale di CGIL Lombardia
Il mese di novembre sarà per la CGIL, e non solo, il mese delle mobilitazioni. Cominciamo dai fatti di casa e dallo sciopero generale del prossimo 20 novembre. Si sciopera…perché?
Noi scioperiamo perché i redditi fissi, cioè quelli da lavoro e da pensione, sono stati tra i più penalizzati dall’inflazione e dall’assenza di politiche pubbliche per affrontarla.
Molte famiglie si trovano riunite attorno al tavolo della cucina la sera per discutere se mandare il figlio dal dentista o cambiare le gomme dell’auto.
Per non parlare della questione casa, un tema amplificato in Lombardia: il diritto all’abitare è una voce importante nel capitolo spese della popolazione perché la dinamica di mercato è stata completamente sfalsata dalla rilevanza della rendita al suo interno e dall’inserimento nello stesso dei grandi operatori, che rivendono beni a prezzi inarrivabili.
In questo senso l’andamento delle retribuzioni, che in Lombardia è complessivamente più alto rispetto a quello di altre regioni italiane, continua a non redistribuire i frutti della produttività garantita trasversalmente da tutti i settori, sancendo un ulteriore gap rispetto all’inflazione.
Molte famiglie, poi, negli anni sono state coinvolte da crisi aziendali e hanno usufruito di ammortizzatori sociali, la cui incidenza ne ha sancito un’irrimediabile caduta del reddito.
Non parliamo poi del mondo delle pensioni, molte delle quali si riversano in nuclei monoparentali, spesso costituiti da donne sole che, come sappiamo, di frequente hanno alle spalle carriere lavorative discontinue e retribuzioni più basse, rappresentando quindi situazioni di fragilità che non possiamo ignorare.
Scioperiamo anche perché riteniamo del tutto inadeguate le politiche fiscali messe in atto nel nostro Paese: questo Governo, di recente, ha deciso di praticare forme distributive soltanto apparenti. Le misure di estensione della tassa piatta alle partite IVA e ai redditi da lavoro autonomo, la defiscalizzazione degli incrementi contrattuali, con la manovra di quest’anno persino resi selettivi, rendono il sistema fiscale una giungla incomprensibile e non compensano minimamente la mancata restituzione del drenaggio fiscale, una tassa occulta che paghiamo tutti da anni solo perché gli scaglioni di reddito non vengono indicizzati dall’inflazione. Ed è un solo, ancorché, eclatante esempio.
Scioperiamo per il carovita e anche perché il la leva fiscale, che dovrebbe aumentare l’equità e correggere le diseguaglianze generate dal mercato del lavoro, in realtà fa tutt’altro.
Scioperiamo perché in un contesto come questo il welfare non può essere sottofinanziato rispetto alle necessità. Quando non si danno risorse adeguate al sistema sanitario pubblico il risultato è che chi accede alle prestazioni sanitarie spesso lo fa in solvenza, finendo per pagare due volte: la prima con le tasse, la seconda sborsando soldi che finiscono nel mercato privato. Quando si taglia sull’istruzione pubblica e si danno risorse a quella privata, il risultato è una scuola classista e inadeguata alle sfide di una società complessa.
E infine scioperiamo per la scelta di aumentare il debito pubblico, destinato ad accrescere la spesa per la difesa.
Perché lo sciopero dovrebbe essere considerato uno strumento efficace?
Perché consente di trasformare la rabbia personale in conflitto collettivo.
Sappiamo benissimo che nel nostro Paese questa scelta è sempre molto difficile, ma siamo convinti che resti un efficace moltiplicatore delle energie personali e che sia la spinta giusta per arrivare a rendere evidenti le reali priorità a chi ha responsabilità pubblica di prendere decisioni politiche.
La sicurezza è un tema importante della nostra agenda così come in quella del Governo: a differenza di esso, però, preferiamo declinare il tema affrontando quotidianamente il tema delle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico e non discutendo di immigrazione, protezione dei confini e protezione di una fantomatica identità culturale degli italiani.
Una questione sociale, che nel programma politico di chi ci governa trova ben poco spazio.
Ecco, se esiste un modo per far salire, per così dire, la temperatura della questione sociale è proprio agire insieme, mettendo a disposizione di tutti il costo di otto ore della propria retribuzione.
Quindi è vero che la CGIL sciopera di più perché c’è il governo Meloni…
Purtroppo no.
Scendiamo in piazza con costanza per manifestare il nostro dissenso sulle politiche di bilancio dal 2016: non propriamente una cosa semplice, semmai la dimostrazione di una preoccupazione sentita e di rivendicazioni coerenti negli anni.
La scelta di quest’anno è scioperare, ancora una volta, in maniera diffusa: una giornata in cui verranno occupate tutte le piazze d’Italia.
Sì, la scelta è quella di posizionare le manifestazioni territoriali che accompagnano lo sciopero nei luoghi il più possibile vicini al lavoro e alla vita delle persone, tenendo conto anche del fatto che il 20 novembre coincide con la data della mobilitazione internazionale degli studenti.
Lo sciopero arriva dopo due date che non possono essere ignorate: il 17 ottobre, giornata che ha riacceso l’attenzione sulle piazze, e il 30 ottobre, quando USB ha convocato il suo sciopero generale.
Viviamo una fase il cui clima sociale è molto più vivace rispetto a quello dei recenti anni passati quando l’agenda internazionale era molto forte, ma non altrettanto quella sociale.
Quest’anno il cuore della protesta è diventato senz’altro l’agenda sociale, dentro cui risiede la domanda di futuro che parte dalle giovani generazioni: noi abbiamo l’ambizione di raccogliere la forza delle loro domande e portarle nei luoghi di lavoro.
Intergenerazionale e internazionale: quali sono i contorni storici entro cui si colloca lo sciopero generale?
Difficile comprendere a fondo la contemporaneità.
Certo è il fatto che in queste settimane stiamo assistendo, su scala internazionale, a una convergenza di domande specifica. Dalla Spagna alla Francia, passando ovviamente per l’Italia, le istanze si somigliano, pur tenendo in considerazione le specificità di ogni Paese, e le persone lo stanno capendo.
Non dimentichiamo poi che la protesta sta montando in un contesto elettivo specifico: le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, quelle in Brasile e il prossimo appuntamento con le urne in Spagna.
Poi naturalmente toccherà a Francia, Italia e Germania.
Sappiamo che questi sono i mesi in cui l’agenda sociale può e deve realmente dialogare con l’agenda politica e noi sentiamo la responsabilità di fare in modo che ciò avvenga in maniera efficace.
Stiamo collaborando con le organizzazioni sindacali sorelle oltralpe e la sensazione che le energie personali, collettive e internazionali siano indirizzate verso un unico obiettivo è reale. Forse, non è nemmeno più solo una sensazione: siamo consapevoli di vivere un periodo in cui l’attivazione sociale è più favorevole e la accogliamo, per fare la nostra parte.