Anche in Lombardia il Jobs Act non ha funzionato. Il mercato del lavoro resta lo stesso, e il contratto più richiesto, quello a tempo determinato

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I dati INPS gennaio-agosto 2016

“L’economia lombarda e quella nazionale tendono sempre più ad assomigliarsi e la differenza nella crescita si riduce”. A dirlo è il segretario della Cgil Lombardia Massimo Balzarini, che aggiunge: “infatti, la dinamica del PIL della Lombardia con il passare degli anni converge verso la media nazionale. Per il 2017 è attesa una crescita dell’1,1% per la Lombardia e dell’1% per l’Italia. Il Jobs Act avrebbe dovuto essere lo strumento di riforma economica secondo il governo, mentre i sussidi all’assunzione avrebbero dovuto essere lo stimolo necessario per implementarlo.

Più che di un fallimento, siamo in presenza di uno spreco di risorse pubbliche che potevano trovare una migliore allocazione. Il tasso di occupazione è cresciuto molto poco, la disoccupazione ancor meno, gli scoraggiati, cioè le persone che non cercano lavoro, sfiorano i 3 milioni. Complessivamente in Italia abbiamo quasi 6 milioni di uomini e di donne che non lavorano. Uno spreco di reddito e risorse che ha pochi precedenti storici.

Non mancano le precisazioni, i distinguo e le difficili spiegazioni: il contesto internazionale, la domanda interna contenuta, il calo delle esportazioni, ecc.

Sull’ultimo punto la Lombardia continua a rivendicare la crescita delle esportazioni, confinando nelle note a piè di pagina che le importazioni crescono più delle esportazioni e che il saldo con l’estero è negativo.

Il lavoro rimane quello che è sempre stato: la domanda di lavoro evolve in funzione delle prospettive degli imprenditori di realizzare profitto nel tempo. Le misure o i provvedimenti dal lato dell’offerta possono solo assecondare gli aggiustamenti microeconomici, non cambiare il segno (prospettive) della domanda di lavoro. il Jobs Act non sfugge a questa regola”.

Analizzando il totale assunzioni e cessazioni (gennaio-agosto), il saldo netto per il 2015 e 2016 è positivo, condizionato dagli incentivi fiscali per il lavoro a tutele crescenti. Per l’Italia il saldo è pari a 539.408 nel 2014; 813.135 nel 2015; 703.553 nel 2016. La Lombardia manifesta la stessa tendenza: 62.742 nel 2014; 125.857 nel 2015; 99.796 nel 2016. All’interno delle singole voci di assunzione-cessazione del lavoro è possibile osservare la tendenza negativa del lavoro a tempo indeterminato e apprendistato, diversamente dal lavoro a termine e stagionale che sono in crescita. In altri termini, nonostante gli incentivi per l’assunzione a tempo indeterminato a tutele crescenti del 2015, con un saldo attivo di 8.432 per la Lombardia e 101.784 per l’Italia, la crescita delle altre tipologie di lavoro è significativamente più alta, dando conto del target della domanda di lavoro delle imprese nazionali e della Lombardia. Infatti, nel 2016 i valori aggregati del saldo tra assunzioni-cessazioni del tempo indeterminato, cioè con l’esaurimento (dimezzamento) degli incentivi fiscali, diminuiscono. L’Italia registra un saldo negativo pari a meno 201.053; la Lombardia un saldo negativo pari a meno 38.870.

 

“Qual è il significato economico del dato?” Per Balzarini la domanda di lavoro non era e non è sensibile alla normativa legata alla tutela del lavoro, piuttosto alla fiscalizzazione o meno degli oneri contributivi.

Quindi le assunzioni sono state condizionate dagli incentivi, ma non creano buona occupazione, cioè occupazione stabile e neppure generano una prospettiva di crescita.

Per le imprese il costo del lavoro rimane, purtroppo, l’unica politica capace di stimolare la domanda di lavoro, non il mercato, la concorrenza o la specializzazione produttiva. Un problema di struttura che rimanda alla politica industriale che la Cgil ha più volte richiamato nel libro bianco e rosso per il lavoro.

Un altro modo per mostrare l’infondatezza del Jobs Act – prosegue il sindacalista – è l’utilizzo delle stesse informazioni INPS depurate dalle trasformazioni delle attività a “tempo determinato e apprendistato” in contratti a tutele crescenti. L’ipotesi sottesa è: se eliminiamo dalla contabilità aggregata le assunzioni-cessazioni interessate dagli incentivi, possiamo valutare l’efficacia intrinseca del Jobs Act.  I risultati non erano buoni prima, con la pulizia dei dati aggregati dalla “droga” incentivi, l’esito è disarmante. Il saldo attivazioni-cessazioni per il lavoro a tempo indeterminato è sempre negativo: per l’Italia è pari a meno 465.898 nel 2014, meno 262.164 nel 2015 e meno 455.497 nel 2016; per la Lombardia è pari a meno 113.654 nel 2014, meno 73.635 nel 2015 e meno 95.694 nel 2016.

Ancora una volta – conclude Balzarini – l’evidenza mostra come e quanto le politiche dal lato dell’offerta non possono generare nuovo lavoro e, tanto più, qualificarlo. Siamo ancora lontani da una ripresa stabile”.

Milano 25 ottobre 2016