Referendum consultivi del 22 ottobre in Lombardia e Veneto: la posizione della Cgil

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Inutili, perché niente cambierà, pericolosi perché rompono il vincolo di solidarietà nazionale

Nella riunione del Comitato Direttivo della CGIL, è stato approvato il seguente ordine del giorno:

La CGIL fin dal 2000 ha sostenuto la realizzazione di un sistema istituzionale decentrato che, in un quadro definito di principi inderogabili sul piano dei diritti civili, politici e sociali, valorizzasse il ruolo delle Regioni e delle autonomie locali.

Un sistema in cui l’articolazione delle competenze e delle funzioni – anche a geometria variabile – fosse ispirata dalla necessità di rispondere alla diversità dei bisogni dei cittadini e alle specificità territoriali, salvaguardando la garanzia dei diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale, senza distinzioni. Un sistema sì policentrico e capace di mettere al centro il valore della prossimità delle Istituzioni ma in una cornice definita di principi comuni inderogabili.

In ragione di questa impostazione ritenemmo le criticità della riforma del Titolo V approvata nel 2001, non tali da inficiare un giudizio positivo.
La CGIL ribadisce dunque il suo orientamento per un sistema policentrico e decentrato che si realizzi in un quadro unitario di federalismo cooperativo e solidale; questo orientamento è stata una delle ragioni del nostro NO al Referendum sulla Legge Costituzionale il cui impianto neocentralista avrebbe ulteriormente allontanato i cittadini dai luoghi delle decisioni.

Oggi, a oltre quindici anni di distanza, dobbiamo tuttavia confrontarci con il perdurare di quelle criticità del Titolo V della Costituzione, con le contraddizioni di un centralismo finanziario operato in un quadro di decentramento di competenze cui non corrisponde un’adeguata redistribuzione delle risorse, con le contraddizioni derivanti dall’aver legiferato come fosse vigente la legge di riforma Costituzionale bocciata dal referendum del 4 dicembre che stanno determinando nuove incertezze istituzionali e, da ultimo, con l’iniziativa presa o annunciata da più Regioni di avocare a sé ulteriori funzioni in attuazione dell’art. 116 terzo comma.

L’Emilia Romagna agisce in conformità ai principi ispiratori del titolo V. si ispira a un modello costituzionale che prevede una differenziazione mirata delle politiche attraverso una imprescindibile e fondante collaborazione istituzionale. È stato attivato un percorso di confronto anche con le parti sociali (firmatarie del patto per il lavoro) che ha permesso di evidenziare punti di forza e criticità della proposta, indicato modifiche ed integrazioni e che ha consentito di conseguire un’impostazione alternativa a quella di Veneto e Lombardia, su elementi di merito e sul piano dello strumento istituzionale scelto.

In questo senso, sono preoccupanti le posizioni espresse dall’Assemblea regionale della Puglia, in riferimento alla necessità di contrapporre all’autonomismo di Lombardia e Veneto un nuovo autonomismo delle Regioni del Sud. Tutto ciò rischia di minare gravemente la coesione sociale.

Se come appare dal dibattito pubblico altre Regioni avvieranno la procedura in attuazione del 116, sarà essenziale la definizione delle Leggi quadro e dei Lep ed anche un ruolo di coordinamento esplicito da parte della Conferenza della Regioni.

L’attuazione del percorso previsto dall’art. 116 in sé non risolve, tuttavia, le problematicità date dalle incognite di una procedura mai attuata e dall’assenza di una legislazione nazionale adeguata a garantire un quadro unitario di diritti e principi fondamentali, ancor di più, in un sistema di regionalismo differenziato.

Un’assenza che rischia di tradurre i processi di ulteriori forme di autonomia in un eccesso di frammentazione delle politiche pubbliche e in una disarticolazione del sistema di diritti che devono rimanere, nei principi fondamentali, unitari in tutte le declinazioni (dall’istruzione e la sanità, al lavoro e alla contrattazione, dalla tutela dell’ambiente alle politiche alimentari ecc.). Tutto aperto, è in questo quadro, il confronto su quali devono essere i confini in cui le materie oggetto del regionalismo differenziato possono essere agite.

L’iniziativa specifica di Lombardia e Veneto è, invece, dominata da spinte autonomiste esplicite che mettono in discussione l’unità del sistema di diritti e mirano a rompere il vincolo di solidarietà della comunità statuale. Spinte autonomiste di cui i referendum consultivi promossi da queste Regioni per il prossimo 22 ottobre sono espressione e che, pur non avendo alcuna efficacia esecutiva, vengono rappresentati come decisionali.
Referendum inutili in quanto non richiesti dalla legittima procedura costituzionale che consente alle Regioni di avviare trattative con il Governo per la definizione di ulteriori forme di autonomia in determinate materie.

Referendum che strumentalizzano il voto e la partecipazione democratica per ottenere un consenso politico finalizzato, attraverso il riconoscimento di una presunta specialità fondata sulla capacità produttiva, trattenere il gettito fiscale prodotto sul territorio.
Referendum pericolosi per le delibere di Giunta che li accompagnano impregnate di quella retorica “federalista” del “Nord efficiente e produttivo” contrapposto al “Sud parassita e incapace”.

Referendum, dunque, ispirati dall’idea che nella crisi ognuno possa fare per sé, rompendo il vincolo di solidarietà nazionale; dall’idea che il “mio diritto” (ad avere una sanità di qualità, un’istruzione di alto livello, servizi efficienti…) venga prima di quello degli altri e vada messo al sicuro, incrementando le disuguaglianze tra territorio e territorio invece di abbatterle, esportando modelli di efficienza e dall’idea che il contributo di ogni territorio al bilancio dello Stato sia un furto, una sottrazione indebita mirata a coprire incapacità altrui.

Riteniamo l’impostazione sottesa a questa iniziativa in contrasto con l’impianto costituzionale del Titolo V finalizzato a creare un sistema in cui ciascun territorio possa godere dell’autonomia necessaria a farsi promotore di sviluppo, a valorizzare le proprie peculiarità, in un quadro unitario e solidale. In contrasto al dettato costituzionale sul fisco e con un’idea delle risorse commisurate alle funzioni, in contrasto con il principio perequativo in base al quale lo Stato si deve fare garante di una redistribuzione mirata ad assicurare su tutto il territorio i “livelli essenziali”, in contrasto con l’equilibrio che deve governare il rapporto tra le Istituzioni locali che si infrangerebbe in favore di un centralismo regionale.

Tutto questo porta alla necessità di ribadire con forza che le risorse derivanti dalla tassazione debbano rimanere di esclusiva competenza dello Stato e che la sua redistribuzione si fonda su principi di equità e con criteri condivisi.

Queste spinte autonomiste pongono l’urgenza di avviare un percorso che affronti in modo sistematico le criticità dell’attuale assetto istituzionale delineato dal Titolo V, a cominciare dalla rivendicazione, già avanzata nel 2001 e ripresa in questi anni, di un luogo istituzionale in cui Stato e Regioni possano cooperare e di una legislazione nazionale che definisca il quadro unitario di diritti (con l’approvazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni e delle Leggi quadro nazionali per le materie di legislazione concorrente) in cui le varie realtà locali possano e debbano agire valorizzando le rispettive peculiarità, facendosi promotori di sviluppo e di buone pratiche, senza uscire dai confini di quel federalismo solidale che deve garantire l’uguaglianza dei diritti di cittadinanza a prescindere dalla Regione di residenza.

Infatti la discussione sul regionalismo differenziato (art. 116 terzo comma) non può considerarsi slegata dal ruolo che è chiamata a svolgere ogni Istituzione, dal necessario equilibrio tra i differenti livelli istituzionali nell’esercizio delle competenze legislative (art. 117), dall’esercizio delle relative competenze amministrative (art. 118), dall’inattuato “federalismo fiscale” (art. 119), dall’esercizio del potere sostitutivo dello Stato a garanzia dell’unità giuridica, economica e sociale della Nazione (art. 120), e da un ripensamento del ruolo delle Conferenze.

La CGIL (insieme alle strutture del Veneto e della Lombardia) è impegnata a diffondere tra lavoratori, lavoratrici e pensionate e pensionati queste valutazioni, sempre, il voto deve essere esercizio democratico consapevole ed informato. L’uso strumentale del voto per l’inefficacia dell’esito rischia di generare ulteriore sfiducia e distanza tra cittadini ed Istituzioni.

La CGIL ritiene necessario impegnarsi in un percorso di approfondimento e di iniziativa e proporrà a CISL UIL di farlo con Regioni, Upi e Anci, per delineare quel disegno organico necessario a definire un sistema istituzionale integrato in cui, partendo dai bisogni dei cittadini, siano definiti gli ambiti di intervento, le funzioni e le relative risorse spettanti a Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni, nel rispetto dei principi costituzionali di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.