Poli petrolchimici e centrali: Ecco la Lombardia a rischio

in Intervista, UFFICIO STAMPA e COMUNICAZIONE

Nella nostra regione il 30 % delle aziende classificate come pericolose

di Luca Rinaldi e Giampiero Rossi – Corriere della Sera, 4 dicembre 2016

La classificazione ufficiale suona già inquietante: aziende a rischio rilevante. In Lombardia ce ne sono 287, circa il 30 per cento delle 1.142 sparse in tutta Italia. Sono stabilimenti chimici, petrolchimici, centrali termoelettriche, raffinerie, impianti di trattamento di oli minerali, fabbriche di esplosivi, acciaierie e siti di produzione o deposito di gas. A livello di territori provinciali, le concentrazioni più alte sono, nell’ordine,– a Milano, Bergamo e Brescia.

La raffineria Eni di Sannazzaro, dove è divampato un incendio giovedì pomeriggio, fa parte di questa lista, classificata come «impianto a soglia superiore» per l’alta quantità e pericolosità di materiali trattati. Qui i controlli di sicurezza avvengono almeno una volta l’anno, e vi partecipano Vigili del fuoco, Regione Lombardia, Inail e Arpa insieme ai rappresentanti del territorio. Ma non sempre la rete di prevenzione è una macchina perfetta: «L’anno in corso — spiega Maria Teresa Cazzaniga, direttore del settore attività produttive e controlli di Arpa Lombardia — è stato indubbiamente un periodo di transizione dopo il recepimento, nel 2015, della normativa europea, che ha inserito ulteriori elementi rispetto alla modalità di gestione e sicurezza degli impianti, rendendo i controlli ancora più stringenti».

Eppure la preoccupazione per queste bombe industriali, in Lombardia, ha radici profonde: 1976, disastro di Seveso. Da allora tre successive direttive europee impongono che le aziende a rischio di incidente rilevante siano censite e monitorate del ministero dell’Ambiente. I gestori degli stabilimenti hanno l’obbligo di segnalazione alle autorità territoriali, che hanno poi un delicato ruolo di coordinamento dell’emergenza «esterna», che dovrebbe tradursi in simulazioni periodiche di incidente anche per i cittadini. E questo, per esempio a Sannazzaro, a tre anni dall’adozione del nuovo piano «non è mai avvenuta», raccontano i residenti. A funzionare è stata invece l’immediata attivazione della procedura interna allo stabilimento che ha evitato conseguenze maggiori. «Il sistema può funzionare e gli incidenti si possono prevenire solo se la gestione è integrata, cioè con la partecipazione attiva di tutti, quindi aziende, lavoratori, esperti, enti locali, cittadini, autorità — osserva Massimo Balzarini, responsabile della sicurezza per la segreteria regionale della Cgil —. Diversamente se prevale l’interesse parziale, ad esempio la produttività a discapito della salute, o si esercita un ricatto occupazionale si generano “mostri” come l’Ilva di Taranto, con la contrapposizione di interessi. Ma coniugare occupazione e ambiente è possibile e il sindacato ne ha acquisito consapevolezza ben prima dell’incidente Seveso».

Un lavoro di controllo ma «anche e soprattutto di prevenzione», dice ancora Maria Teresa Cazzaniga dell’Arpa, «per questo a ogni nostra uscita seguono quasi sempre raccomandazioni e segnalazioni. Un modo di agire che, nonostante lo stato di sicurezza buona che abbiamo riscontrato in questa tipologia di aziende, serve anche a stimolare l’operatività nella sicurezza delle imprese».

Però, come dimostra la grande paura di giovedì a Sannazzaro, gli incidenti possono arrivare. L’ultimo rapporto dei vigili del fuoco ne ha censiti 36 nel giro di sette anni nella sola Lombardia. Anche perché, a ben guardare, non sempre la prevenzione è in cima ai pensieri dei gestori. Tanto che uno dei siti inseriti nella lista a rischio, il deposito Tamoil di Cremona, è stato protagonista di una lunga battaglia giudiziaria che si è chiusa recentemente. Al centro dell’attenzione, dai primi anni duemila, c’è la contaminazione del sottosuolo e della falda acquifera con idrocarburi e benzene, anche al di fuori del complesso industriale. «Può affermarsi, che la causa dell’inquinamento — si legge nelle motivazioni della sentenza che ha condannato a tre anni l’ingegner Enrico Gilberti, manager Tamoil — debba essere ragionevolmente riconducibile al sistema fognario vecchio e ammalorato della raffineria». Un dipendente dello stabilimento assunto nel 1972 ha testimoniato davanti ai giudici riferendo che la manutenzione del 2001 «costituisse la prima verifica dell’impianto fognario» da quando era stato assunto. Ora si gioca la partita più difficile, quella della bonifica a impianti chiusi. Un match che in Regione coinvolge anche la Caffaro di Brescia e le ex aree Falck di Sesto San Giovanni. «Queste bonifiche, sono assolutamente necessarie per contenere non solo l’inquinamento grave delle aree nelle quali abitiamo, ma per prevenire l’insorgenza di gravi patologie nella popolazione — sottolinea Balzarini della Cgil — E possono anche essere occasione per creare buona occupazione, fare ricerca e sviluppo su metodi di bonifica e per riunificare i soggetti locali intorno a un interesse. Si può e si deve fare».